È arrivato il ’68+50 e non sappiamo cosa metterci

I giovani (e noi) a mezzo secolo di distanza dalla grande contestazione

 

io c’ero. Ero all’Università il 25 marzo, il giorno in cui con la prima occupazione iniziò ufficialmente il Sessantotto di Parma. Ero lì proprio il 25 marzo, ma…50 anni dopo. Affascinante, ma anche un po’ buffa, questa seconda vita da “professore universitario a contratto”. Dove già il contratto la dice lunga su quanto poco si investa in Italia sull’istruzione a tutti i livelli. Ma allo stesso tempo è un’esperienza bellissima: un osservatorio privilegiato su chi sta per affacciarsi al mondo. Me li avevano descritti apatici, difficili da coinvolgere. Li temevo indisciplinati, visto quello che si legge sulle scuole superiori da cui arrivano. No: gli universitari 2018 sono educati, gentili, partecipi. Ascoltano, seguono, domandano, intervengono… Non li scoraggia il fatto di essersi tuffati nel Giornalismo, ovvero in un mestiere che qualcuno prevede in via di estinzione. Insomma, i migliori studenti possibili. Salvo poi scoprire che molti di questi innamorati di giornalismo non sanno chi è De Benedetti né Scalfari né Feltri…E qui scatta il primo campanello d’allarme, perché ti accorgi che anche i più motivati hanno, più che lacune, vere e proprie zone d’ombra. Alle quali si aggiungono a volte carenze di grammatica elementare. E se la mancanza di curiosità può essere una colpa, pian piano ti rendi conto di quante voragini ci siano nel cammino che all’Università li dovrebbe preparare: i programmi delle Medie e delle Superiori producono ragazzi che non sanno che cosa è accaduto a Capaci, per non parlare del sequestro Moro o di Piazza Fontana.

a volte sembrano adorabili marziani, che allo stesso tempo si ritrovano con mille cose in meno di quelli che avevi tu e però con mille strumenti in più, ad iniziare dal web e dalla magìa del sapere a portata di clic

 

Così ti trovi sì a invidiare ma soprattutto a incoraggiare e “rammendare” la tanta vita che hanno davanti. E a volte sembrano adorabili marziani, che allo stesso tempo si ritrovano con mille cose in meno di quelli che avevi tu e però con mille strumenti in più, ad iniziare dal web e dalla magìa del sapere a portata di clic (magari con qualche prudenza nella scelta delle fonti…). Poi li vedi alla tesi di laurea, con amici e parenti orgogliosi e a volte anche con lavori ben fatti: il sorriso di un 110 e lode è un raggio di sole. Anche se poi certi riti del dopo-laurea sono un po’ stantii e tristarelli, e non capisci se per colpa loro o per colpa di quel “dopo” che la nostra generazione (non) gli ha preparato per il post-Università. Allora, mentre il calendario sta passando dal marzo che fu del ’68 parmigiano al Maggio che fissò nella storia il ’68 francese e da lì mondiale, ti chiedi se non servirebbe anche a loro un bel Sessantotto. Una rivolta pacifica ma decisa con cui ci mettessero con le spalle al muro per tutto ciò che non gli abbiamo dato, per il lavoro che non troveranno (o almeno non così facilmente) e per tante altre schifezze con cui li abbiamo circondati. Ecco: la cosa più triste di questo ‘68+50 è che mezzo secolo dopo noi abbiamo perso la rabbia e la speranza. E forse le abbiamo già fatte perdere anche a loro.  

Gabriele Balestrazzi