Esercizi di scrittura veloce
Un mazzo di chiavi

Una lezione come tante, un pomeriggio d’inverno. Il professore chiede di fare un esercizio di
scrittura creativa e veloce, qualsiasi cosa – un articolo, un annuncio, un racconto, una poesia.
L’argomento? Sul tavolo c’era un mazzo di chiavi. Cosa c’è di più suggestivo di un mazzo di chiavi
trovato per caso? Ecco qua i risultati   

a cura di Alessandro Mambelli

 

Quando uscite, chiudete la porta (di Simona Ambruosi)

Katia è riversa a terra. Sul collo un segno lineare violaceo e a parte il suo corpo, immerso in un totale silenzio, la casa è in subbuglio. Al quarto piano di una palazzina del paese di San Tammaro l’ambulanza è accorsa inutilmente. «Sembrerebbe essere stata aggredita quando si trovava di spalle», ha affermato il brigadiere al magistrato di turno del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Compie un sospiro profondo e alza l’arcata sopraccigliare, cercando di isolarsi delle urla strazianti di Emilio, che al ritorno dal supermercato ha trovato la moglie senza vita: «Qualcuno è entrato, sicuramente era convinto di non trovare nessuno in casa e c’era lei». Alla sua affermazione disperata anche il piccolo di casa, di appena sette mesi, comincia a piangere. A quel punto, è davvero difficile ragionare. Le ciabatte ancora nei piedi della vittima, in camera i
biglietti del matrimonio strappati e niente fede al dito della donna. In cucina la borsa svuotata a
terra, il portafoglio vuoto, chissà se è mai stato pieno, un mazzo di chiavi con un cuore rosso paiettato appoggiato sul mobile della cucina. «La porta era aperta, Signor Lavoretano?». «No, io sono entrato con le mie chiavi!», ha risposto prontamente. Il magistrato deglutisce e ribatte: «E i ladri hanno chiuso la porta quando sono andati via?»

Omicidio di Katia Tondi, 20 luglio 2013. Il marito, Emilio Lavoretano, nel 2019, è stato condannato a 27 anni di reclusione


Va bene, parliamo di chiavi (di Arianna Lardiello)

Al terzo piano di una vecchia trifamiliare gialla, vive una ragazza giovane – parecchio giovane – bella e minuta, dai capelli nero pece. Accanto a lei uno scricciolo di bambina che scorrazza in giro per casa alla ricerca di cose da fare, posti da scoprire: era sua figlia. La piccola donna studia, fa più lavori ed è ancora disorientata nei suoi nuovi panni di madre, però la dolce Nicole non c’è giorno che manchi di ricordarle quanto siano belli quei nuovi panni indossati. Margherita non ha molto da offrire alla figlia, non ha un gran stipendio e di certo non torna spesso a casa con giocattoli da scartare, così deve trovare modi alternativi per “intrattenere” la bimba. Le ha provate tutte! Ha provato a farla giocare con alcuni dei suoi vecchi rossetti, si è improvvisata creatrice di origami, peraltro fallendo miseramente e ha tentato persino la strada della cucina, finendo per imbrattare tutta casa, ma annoiando dopo pochi minuti la figlia. Ma un giorno le cose presero una piega diversa: un vecchio zio entrò per un saluto velocissimo prima del turno di lavoro, prese in braccio la piccola Nicole e le diede un grosso bacio, poi la rimise giù e andò in cucina con Margherita per prendere un caffè. Posata la tazzina, lo zio era pronto per andare, ma girandosi si accorse che qualcosa glielo stava impedendo. Nicole, inchiodata dietro allo zio, aveva lo sguardo illuminato, era divertita e per una volta anche in silenzio – pensò Margherita -. Ma cosa avrà attirato così tanto l’attenzione della bambina? Ecco! Le chiavi! Attaccato ad un passante dei pantaloni, il simpatico zio aveva un moschettone verde con appeso un grosso e rumoroso mazzo di chiavi che conquistò la dolce Nicole. Il giorno dopo Margherita andò a fare un duplicato di un vecchio mazzo di chiavi di chissà quale casa, lo fece ricoprire di gomma e ogni tanto lo dava alla figlia che, anche se al tempo aveva solo tre anni, si troverà a venticinque anni a scrivere una breve storia su un semplice, ma magico mazzo di chiavi.

 


Il mazzo di chiavi (di Gloria Cusin)

Stretta, larga, lunga o corta,
di tutti le forme e colori
ricordala se non vuoi rimanere fuori
oppure attaccala alla porta

Di queste cose è composto,
la denuncia hai già sporto?
Pazienta, la soluzione arriverà
Nella strofa qui sotto comparirà

Al bar l’hanno trovato,
perché tu lo hai dimenticato
siamo noi i suoi schiavi,
di quel maledetto mazzo di chiavi.

Una storia non riuscivo a trovare,
ma qui c’è una poesia da votare!

 


Le chiavi della cantina (di Jennifer Riboli)

Mi guarda. È proprio bello, con quello stile un po’ retrò, quel sapore quasi ottocentesco. L’ho avuto sotto gli occhi tutto questo tempo, e nemmeno l’avevo riconosciuto: che stupore quando, una settimana fa, è arrivata quella lettera che parlava di lei. La descrizione è troppo accurata, è lei, è lei senz’altro. Che stupore e che ansia! E adesso cosa dovrei fare? Certo, quello che dice la lettera: tornare nella vecchia casa di famiglia e aprire quella porta, quella della cantina. Dove mia madre non mi ha mai voluto far entrare. Dove custodiva i segreti del suo passato di terrorista. Dopo più di dieci anni dalla sua morte, io nemmeno volevo pensarci più, ero quasi riuscita a non pensarci più! E invece, una settimana fa, questa lettera anonima, che mi descrive il mazzo di chiavi, quelle tre chiavi in ottone con cui giocavo da bambina. È proprio vero che il posto migliore per nascondere una cosa è non farlo… Il mazzo di chiavi è lì appeso al muro, come un ricordo d’infanzia, e mi guarda, mi guarda, mi guarda. Non so se la voglio aprire, quella porta.


Viaggi mentali (di Lisa Fanti)

Un mazzo di chiavi sul bancone del bar. Mi fermo indeciso. Riporle nel cassetto degli oggetti smarriti e pulire il piano con lo straccio o catapultarmi fuori dal locale, all’inseguimento della ragazza che fino a due minuti fa occupava il posto all’angolo? Le raccolgo. Meglio aspettare che sia lei a ritornare, che me le richieda indietro e, approfittando della sua felicità e sollievo, chiederle di uscire. O raggiungerla correndo, ora, subito, sudato, ma eroe: chiederle di uscire. Forse quest’ultima opzione non mi attrae poi così tanto. Guardo le chiavi: normalissime chiavi, una probabilmente del portone di casa. Una mano fulminea entra nel mio campo visivo e acciuffa il mazzo. È la ragazza di prima: “Queste sono mie. Grazie!”. Sorride e esce di fretta dal bar. Rimango interdetto, fissando il vetro della porta che ancora vibra dopo che quest’ultima è stata
sbattuta.


Gemma, la chiave dello scantinato (di Valentina Serri)

È sempre la stessa storia. Gemma, la chiave dello scantinato, si rifiuta di funzionare. Io l’ho avvertita. Più eviterà la serratura di quella vecchia porta di legno, e più la ruggine si libera della sua pelle, e la farà tacere per sempre. Gemma è così testarda. Nel profondo, però, ha un’anima dolce. Io non la biasimo. Capisco che possa essere dura per lei, vivere con la consapevolezza di essere destinati ad un buco sporco, dimenticato, ricco di ragnatele e batteri. Le altre chiavi l’hanno sempre presa in giro. Gloria, la chiave del cancello principale, è talmente usurata da far invidia a chiunque. Tutti vorrebbero essere come lei. Sempre cercata ovunque, sempre desiderata. Giulia è la più vanitosa; ha un sistema hi-tech che le permette di aprire la sua serratura senza neanche infilarvisi.
Apre la macchina lei, è fortunata. Io sono Greta, e spesso il mio padrone si dimentica di me, ma mai quanto si dimentica di Gemma. D’altronde, il padrone è un uomo solo, e non ha bisogno di chiudersi in camera, la cui porta servo a chiudere, e aprire. Gemma invece serve all’occorrenza, quando finisce il sugo di pomodoro, o quando si fanno le pulizie di primavera. E ogni volta la stessa storia. Gemma, la piccola chiave dello scantinato, si rifiuta di funzionare.


La chiave (di Alessandro Mambelli)

Luca si chiedeva cosa ci fosse dietro la porta chiusa della sua nuova casa. Il proprietario non seppe dirglielo, né seppe dare una spiegazione l’agente immobiliare. Luca non riusciva a dormire la notte perché pensava ai mostri che potevano nascondersi dietro quella strana porta; si rigirava fra le mani

il mazzo di chiavi che gli avevano dato al momento del rogito ma oltre a quella di casa e a quella del cancello non ce n’erano altre. Quelle chiavi senza un pezzo gli portarono via la ragione, così un giorno le buttò nel fiume prima di gettarsi nell’acqua lui stesso.

Qualche tempo dopo, la porta misteriosa si aprì sul salotto di Luca. Un uomo confuso e impaurito fece capolino nella stanza e disse:

– Pensa te. Non avrei mai immaginato che le chiavi trovate in riva al fiume aprissero la porta misteriosa nella mia sala da pranzo.


Ritrovamento e omicidio involontario di un mazzo di chiavi (di Rebecca Alessi)

C’era una volta, in una strada in centro a Parma, un mazzo di chiavi.

Il mazzo, che qualche ora prima era caduto dalla tasca di una giacca che apparteneva a una studentessa un po’ distratta, era stato ritrovato da un netturbino mentre svolgeva il suo regolare turno di pulizia delle strade nel pieno del coprifuoco.

Una volta raccolto, il netturbino decise di portarsi a casa il mazzo al fine di ritrovare la legittima proprietaria… peccato che, mentre era intento a scaricare l’ultimo bidone, mise per sbaglio il mazzo all’interno del camion, costringendolo a finire triturato nel camion della spazzatura.

E fu così che il povero mazzo di chiavi fece una brutta fine.


Le chiavi colorate (di Laura Lipari)

Doveva farlo da tempo, mettere a soqquadro la sua stanza per trovare quella rubrica così preziosa sulla quale vi erano minuziosamente appuntati tutti i numeri di lavoro.

Per prima cosa perlustrò l’armadio, era stracolmo, ma non c’era altro da fare, doveva tirar fuori ogni cosa: coperte, abiti, cianfrusaglie.

Prendendo l’ultimo cappotto sentì scivolare qualcosa dalla tasca e poi un ticchettio. Abbassò gli occhi e lo vide, quel mazzo di chiavi colorate che conosceva benissimo, sorrise al pensiero che proprio quella mattina aveva letto un articolo sulla Serendipità. Erano anni che non le vedeva, aprivano le serrature della casa in campagna dove trascorse tutte le estati della sua infanzia.

Ora le bastava chiudere gli occhi per sentire l’odore di lavanda, per ascoltare il canto delle cicale e le risate fragorose delle sorelle che giocavano.

Quei pensieri furono bruscamente interrotti dal suono intermittente del telefono.

Lasciò perdere di cercare l’agenda, quel giorno aveva trovato qualcosa di più prezioso: la sua spensieratezza.


Le chiavi (di Federica Morichetti)

Abigail strinse il mazzo di chiavi di sua nonna come mai aveva stretto qualcosa in vita sua. Si ricordò quando da neonata si aggrappava al pollice di suo padre, cercando disperatamente di non farlo scappare, come sei il suo corpicino esile potesse davvero trattenerlo lì. Eppure, la vita le aveva insegnato che più stringeva le cose a sé, più queste sembravano sfuggirle. Ma questa volta no.
Questa volta non esisteva alternativa. Questa volta non avrebbe lasciato nulla al caso. Questa volta le sue mani, ora diventate più grandi, non avrebbero fallito.

Stringeva quelle chiavi così forte da sentire il ferro seghettato che lentamente affondava nel suo palmo, fin quasi a tagliarlo. Le ossa delle dita si facevano spazio fra quel poco di carne che le separava dall’oggetto. Come se tutto il suo scheletro desiderasse avvolgersi intorno a quelle chiavi.

Poiché queste erano più importanti, in quel momento, di qualsiasi cosa. Più importanti di quella casa, che tanto avrebbe voluto lasciare, ma che ora diventava il suo scudo. Più importanti della paura di quello stretto sgabuzzino in cui essa ora era costretta a nascondersi. Più importanti della voglia impellente di uscire a controllare suo fratello, Jonas, e sua nonna, dei quali già da troppo tempo non sentiva più le voci.

E persino più importanti del dubbio, che a mano a mano si faceva strada fra la polvere di quel nascondiglio, che forse non sarebbe più riuscita a restituire quelle chiavi alla mano misericordiosa che gliele aveva lasciate.

Fuori iniziava a piovere. Il ticchettio della pioggia sembrava dissipare l’assordante rumore del suo respiro. Abigail non lasciò quelle chiavi neanche un secondo e ascoltò attenta, perdendo il senso del tempo che scorreva indifferente. Passi veloci, parole in tedesco che non avrebbe mai compreso, poi altri passi.
Infine, silenzio. Silenzio vero. Abigail avvicino le chiavi alla bocca e le baciò. Ancora una volta l’avevano salvata.


Un mazzo di chiavi può essere l’oggetto che dà vita ad un’amicizia? (di Martina Oddo)

Emma è una ragazza di 25 anni che ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Inghilterra per studiare l’inglese, ma questa decisione non è stata molto semplice. Emma, infatti, si rese conto sin da subito che vivere e ambientarsi in un nuovo luogo non era così semplice come lo fanno apparire le attrici di un film. Decise quindi di iniziare a rimboccarsi le maniche: affittò una casa e cercò un lavoro.
Dopo un paio di settimane Emma, che ogni mattina faceva colazione nello stesso bar, si rese conto che l’unica cosa che le mancava era avere una persona a cui raccontare la propria giornata, le sue preoccupazioni o semplicemente qualcuno che si interessasse a lei. E fu in una giornata soleggiata che, uscendo dal bar, Emma si sentì chiamare: era Edoardo, il cameriere che ogni mattina le serviva il cappuccino e la sua solita ciambella, che si era accorto che Emma aveva lasciato le chiavi di casa sul bancone. Emma si accorse che non era poi così trasparente: ora qualcuno si era accorto di lei, ora non era più sola perché da quel giorno con lei c’era Edoardo, colui che in poco tempo riuscì a diventare un punto di riferimento nella sua vita.


Per un mazzo di chiavi (di Stefano Dondi)

Sono le ore 21:30 a Parma, il signor Franchi ha da poco concluso la sua passeggiata serale e si avvia verso casa quando per sbaglio calpesta un mazzo di chiavi, incuriosito dal fatto decide di raccoglierle per restituirle a proprietario ma intorno a lui non c’è anima viva. Su una di esse è riportato l’indirizzo di casa, ma alle 22:00 scatta il coprifuoco nazionale, perciò si trova di fronte ad una scelta complicata, portarle a casa con sé per poi poterle consegnare alla polizia il giorno dopo oppure fare una buona azione subito pur rischiando la multa? L’uomo sceglie la seconda opzione e si avvia in fretta e furia verso l’abitazione, fortunatamente trova il proprietario al suo interno e riesce così a restituirle. Sono però le ore 22:30 e sulla strada di casa il signor Franchi si imbatte in una pattuglia della polizia la quale è costretta a multarlo per aver violato il coprifuoco. Il punto della storia è: vale sempre la pena infrangere la legge per compiere una buona azione o a volte è preferibile farsi gli affari propri per non incorrere in sanzioni?


Il circolo vizioso delle chiavi (di Beatrice Pegoraro)

Una serata fredda, io corro giù per le scale, in ritardo, entro veloce in macchina di Gianmaria. Siamo in ritardo, ma neanche di tanto. La macchina fa l’ultima salita, ci parcheggiamo ed entriamo nel bar. La festicciola per salutare Luca che parte per Berlino è appena iniziata, ordiniamo da bere e parliamo un po’ con il barista. Chiara mi si avvicina e chiede se posso accompagnarla a prendere le sigarette. Una questione di 5 minuti. Ci incamminiamo per la strada in discesa, abbasso lo sguardo ed ecco il Duomo di Milano. Il portachiavi con il Duomo collegato a due chiavi era proprio davanti a me. Mi chino e le prendo, a questo punto cosa faccio? Le porto nel bar? o pubblico un post sul gruppo del paese così qualcuno potrebbe riconoscerle? Tutte e due le opzioni sono valide, ma farò un post su Facebook e le terrò io. Appena finita la serata, torniamo a casa felici ma un po’ infreddoliti. Salgo le scale, non vedo l’ora di mettermi il pigiama e infilarmi sotto le coperte. Apro la borsa, cerco le chiavi. non ho le chiavi. Inizio a ridere. Mi ritrovo con un paio di chiavi di uno sconosciuto ma non ho le mie. Che ironia. Chiamo la mia coinquilina, sperando vivamente che sia dentro casa a dormire o verso la via di casa dopo una serata con amici. Squilla, Risponde. Per fortuna la mia coinquilina è a 5 minuti da casa. Appena arrivata, mi apre la porta e mi sorride, dicendo che è capitato anche a lei. Mentre metto il mio adorato pigiama, ecco il messaggio su Facebook della proprietaria delle chiavi. Ci vedremo domani. Tutto bene quel che finisce bene.


Kalsarikannit (di Sara Ravarino)

Sono le 8 di sera. Finalmente posso dedicarmi un po’ a me, il motto di questa sera è: Kalsarikannit, termine finlandese con il quale si intende, dopo una lunga giornata d’inverno, mettersi il pigiama, sedersi sul divano e bere vino.

Sono qui sdraiata sul divano, il calice in mano, mi leggo un bel libro, regalatomi al compleanno con tanto amore. Non vedevo l’ora di sfogliarlo, di assaporarlo.
È ora di aprirlo. Lo prendo dalla borsa, si, lo tengo sempre con me sperando di trovare del tempo per leggerlo.
Noto qualcosa di strano: vicino trovo un mazzo di chiavi. Non sono né mie, né della mia amica. Sono sconcertata. Temo di averle prese per sbaglio. Ma dove?
Non capisco. Sono confusa.
Ripeto cosa ho fatto oggi.
8.30: bar, cappuccino e brioches, non ho aperto la borsa, ho pagato con Apple Pay. Dubito sia successo lì.
9: università, chiostro, ho preso la chiavetta e inserito nella macchinetta quello che desideravo. 11: verso casa, ho camminato con la borsa sempre con me. Chissà…
15: università, ho incontrato le mie amiche. Caffè e lezione.
19: verso il supermercato. Forse è lì che è successo tutto. C’era quella strana signora così dolce… amorevole… forse fin troppo… mi ha messo lei le chiavi nella borsa?

FORSE SI.

ADESSO CHE FACCIO? SEMBRANO ANCHE SPORCHE. DI SANGUE.

L’ho appena notato. SONO TERRORIZZATA. COSA FACCIO?
LE TENGO? LE BUTTO NEL TORRENTE? LE RIPORTO? LE FONDO? MA CON COSA? ADESSO CI SONO LE MIE IMPRONTE. SONO FREGATA. RITORNO AL SUPERMERCATO?
Sara. Calmati.
Non è sangue. È marrone, non rosso quello che vedi. Sono chiavi di cioccolato. Si sono sciolte… quella signora voleva farti un dono per quanto fossi stata cordiale con lei.


Una chiave di lettura insolita (di Chiara Carolina Conte)

Gianbartola è un timido musicista nato con una malformazione al cuore. Ogni primo giovedì del mese passa davanti alla panetteria NUN MAGNA’, ricca di dolciumi e prelibatezze, e si incanta a guardare la postina Flora. Flora è solita consegnare, proprio in quel giovedì ricorrente, un’insolita busta al proprietario.
Un giorno il nostro uomo prende iniziativa, e dedica alla bella flora dolci melodie alla chitarra, proprio davanti il negozio. La donzella, incuriosita e anche sorpresa, raggiunge Gianbartola e gli chiede, gesticolando qua e là, il motivo di questo suo nobile gesto. Il protagonista tira fuori dal taschino sinistro della giacca color muschio un pezzo di carta e disegna questo:

La conversazione, tuttavia, prende una strana piega: Gianbartola racconta a Flora di aver subito, all’età di 3 anni, un complesso intervento alla valvola mitrale, sanata grazie all’uso di una chiave di violino tridimensionale. Il simbolo disegnato e regalato a Flora rappresenta dunque, per lo sventurato protagonista, la via diretta per raggiungere il suo cuore. A questo punto la donna, con occhi lucidi, rivela a Gian di non essere libera, ma anche lei si serve di un oggetto per esprimere i suoi sentimenti. L’insolita busta che ogni primo giovedì del mese consegna al proprietario di NUN MAGNA’ contiene anch’essa una chiave. Dopo i 3 tradimenti del marito, Flora ha infatti inaugurato una nuova tradizione: la chiave è simbolo del profondo legame tra lei e il proprietario. Il messaggio subliminale, dietro la chiave, è raccontato da Flora a gran voce: SEI UNA (CHIAVI)CA.


La chiave (del futuro) (di Roberta Corso)

Mentre preparo i primi bagagli prima della partenza verso una nuova città, sul pavimento della cantina trovo un mazzo di chiavi, sono tre. Cosa apriranno?
Comincio a guardarmi attorno, cercando di visualizzare tutte le possibili serrature. Provo ad aprire un armadietto e la prima chiave funziona. Al suo interno due scaffali con, rispettivamente, un baule dei ricordi ed una valigia vuota. Passato o futuro? Restare a casa o partire per una nuova avventura?
All’improvviso la risposta. Entrambe le chiavi funzionano: partirò, riempiendo la mia valigia di ricordi e speranze!


La via Francigena (di Entoni Calamunci)

Un giorno, percorrendo un piccolo sentiero lungo la via Francigena, trovai un mazzo di chiavi. Non quelle classiche chiavi così comuni: le dimensioni, il colore, e l’usura facevano presupporre che esse venivano da un tempo lontano. Erano sporche e arrugginite e forse, qualche animale selvatico le aveva dissotterrate. Le afferrai tra le mani e la prima domanda che mi venne in mente fu: “A chi sono appartenute?” La Francigena era una via assai utilizzata nei secoli passati, che collegava il Nord Europa con il sud Italia. La seconda domanda che mi posi fu quindi: “Da quale parte d’Europa vengono?”. Erano state smarrite da qualche mercante francese? Da qualche ambasciatore fiorentino o da un mercante genovese? Da un contadino della zona? Le misi in tasca e le portai a casa, le pulii e le misi su un ripiano in bella vista. Avevo trovato un piccolo ma pesante oggetto antico che portava con sé il peso della storia.


Le chiavi dell’amore (di Giulia Mastrocicco)

Anna e Giacomo si frequentano ormai da qualche mese. Lavorano nella stessa agenzia pubblicitaria: lei come copyright mentre lui come addetto alla stampa. Non si fermavano mai uno nelle case dell’altro, solo nelle rare sere che lavoravano fino a tardi. Era infatti una di quelle occasioni: Anna era rimasta a dormire a casa di Giacomo per una riunione online finirà tarda e, la mattina dopo al momento della colazione, Giacomo gliela porta a letto.
«Buongiorno amore» fa sedendosi accanto a lui mentre Anna si stava stiracchiando.
«Colazione a letto, che lusso, quasi quasi potrei abituarmi».
«E se la facessimo diventare una routine…» fa per girare la tazza mettendo in vista un mazzo di chiavi, «sono tue da adesso».
Anna le prende in mano, sono fredde al tatto. «Mi stai chiedendo di trasferirmi da te?». Giacomo annuisce, e Anna guarda il mazzo di chiavi sentendosi felice. Quel piccolo oggetto avrebbe portato all’inizio della loro convivenza insieme.


Leo, il mazzo di chiavi di John (di Ornitorinco in Altalena!)

Leo, che sembrava un semplice mazzo di chiavi, in realtà non era un semplice mazzo di chiavi. Già dalla piccola forma a chitarra, rappresentava il valore vero del suo giovane chitarrista John. Leo era la porta per il magico mondo della musica: gli era stato regalato dalla nonna Bea proprio ieri, qualche minuto prima di lasciarsi andare al tempo. Al ritorno in casa, John come sempre, entrò per primo con la sua piccola chitarra. Ma mentre John aprì la porta di casa, ci fu un terremoto improvviso e di colpo, morirono i suoi genitori rimasti al piano terra. John si ritrovò di colpo a nove anni solo con Leo, senza nulla a parte l’unica stanza con la porta rimasta intatta e la sua indole sveglia e creativa. Quella notte, non dormì e grazie a Leo, in un taccuino con una penna e l’inchiostro, scrisse interrottamente delle partiture. John, all’alba si incamminò in città senza sapere cosa fare della sua vita. Vide un corso per diventare un grande attore. Chiese di fare il provino ma ci volevano 100 peseta. Ne aveva solo 5. Decise a malincuore di separarsi dal suo mazzo di chiavi portafortuna. Leo aveva cambiato proprietario, o meglio: John era stato costretto a venderlo a Lucifero, un mercante del quartiere. E in cambio ricevette quei soldi che servivano per frequentare quel corso che gli avrebbe cambiato la vita. Inaspettatamente, Lucifero ricevette una lettera e arrabbiato, colpì la cassa piena di oggetti. Leo cadde a terra e John, da lontano lo vide lì e con una corsa, lo recuperò. Lucifero non si accorse di nulla e Leo ritornò in mano a John. John, frequentò il corso e grazie a Leo, riuscì a diventare un giovane attore e musicista, guadagnando monete e simpatia dal pubblico.


La Punto grigia (di Laura Chiari)

Pausa pranzo, ho pochissimo tempo, circa quaranta minuti per andare dall’azienda dove lavoro fino al bar, ordinare e ingoiare il mio panino.
Poi di corsa in ufficio, la riunione inizia alle 14 e devo essere pronta con proiettore acceso e presentazione caricata e la sala riunioni allestita con le cartelline e tutto il resto.
È un giorno importante, ho trascorso tante notti in bianco perché fosse tutto perfetto ma non riesco a saltare il pranzo, ieri non ho mangiato nulla e neanche stamattina. Il mio stomaco grida e ho le allucinazioni.
Arrivo al bar, il parcheggio è murato di macchine. Entro e ordino “Un panino con crudo e mozzarella per favore”, pago e mi siedo con lo sguardo di un lupo famelico e incazzato.
Passano 10 minuti. Mah, arriva?
Passano 15 minuti. Sì, il bar è strapieno, ma… Passano 20 minuti. Ma ce la fanno? Io devo andare!
Dopo 25 minuti mi avvicino alla cassa e chiedo notizie del mio pranzo. Scusami ho molta fretta, mi giustifico. Niente.
Sono in fibrillazione, ho le pupille dilatate e 1000 pulsazioni al minuto.
Il panino arriva dopo quasi un’ora, non ho tempo di mangiare “Incartamelo per favore, lo porto via!” dico al ragazzo dietro al bancone ed esco dal bar come una furia.
Sono isterica e mi rendo conto che tutta la gente seduta davanti al locale a fumare mi sta seguendo con lo sguardo. Evidentemente sembro (o forse sono?) una pazza. Sentirmi osservata mi manda ancora più in paranoia, tiro fuori la chiave dalla tasca del cappotto e la infilo nella toppa della mia vecchissima Punto grigia. Giro in senso orario. Non si apre!
Panico, ho i sette sudori della morte.
Giro ancora in senso orario e antiorario, da quando me l’hanno forzata per rubarmi la borsa, la serratura ha spesso dei problemi, soprattutto nelle giornate fredde come oggi.
Giro ancora la chiave. Niente, nulla, il mazzo tintinna sulla portiera.
Vado fuori di testa e inizio a tirare la maniglia con tutta la forza che ho mentre il sacchetto col panino mi cade per terra.
Perdo completamente il controllo.
Raccolgo il sacchetto e inizio a prendere a calci la portiera, mi accorgo che sto gridando “Apriti portiera di mer… macchina di mer… giornata di mer…”.
In quel momento si avvicina uno sconosciuto che era seduto fuori dal bar.
“Scusi? – dice timidamente -, posso aiutarla?” “NOOOO” ringhio mentre continuo a girare la chiave e dare pedate alla portiera.
Il tizio rimane immobile al mio fianco per 30 lunghissimi secondi.
Mi giro e lo fulmino con lo sguardo “Ho detto che non ho bisogno di aiuto, CHIARO?” Lui sorride nervosamente e dice “D’accordo, come vuole, ma quella è la mia macchina”.


Per un giorno di libertà (di Gloria Roselli)

Svegliatevi di cattivo umore, bevete latte e caffè ma non esagerate con gli zuccheri a colazione, docciatevi e vestitevi comodi, nessun evento mondano in vista quest’oggi, prendete sgrassatori, spugne e scope e poi caricateli giù in macchina. Non dimenticate aspirapolvere, scala portatile, qualche bottiglia d’acqua e pacchetto di crackers, vi serviranno. Scarpe da ginnastica e occhiali da vista per guidare e via, si parte. La vostra nuova casa è pronta per essere pulita e lucidata, a separarvi ci sono soltanto 55 km. Fate partire la vostra playlist da viaggio, cantate a squarciagola e ricordate di fotografare il panorama. Ad un certo punto lamentatevi per la polverosa giornata che vi aspetta, mancano soltanto 15 km. Finalmente siete giunti a destinazione, scaricate dall’auto l’intero universo che avete portato con voi, trascinatelo per due piani di scale e aprite la borsa per cercare le chiavi. Realizzate di averle dimenticate sul tavolo, un’ora e 55 km prima, montate in macchina e tornate indietro.
Ignorate le lamentele di vostra madre, cantate e siate felici, per quel mazzo di chiavi dimenticato avete appena ottenuto un giorno di libertà!


Il mazzo di chiavi (di Caterina Lo Franco)

Susanna attraversava il cortile dell’università quando pesta una cosa metallica che tintinna, guardando meglio si accorge che si tratta di un mazzo di chiavi. La ragazza raccoglie il mazzo accertandosi che ci fosse un portachiavi o qualche segno di riconoscimento, magari una targhetta con il nome o luogo. Sfortunatamente il mazzo di chiavi era spoglio, perciò la studentessa lo porta in segreteria pensando che i responsabili avrebbero messo le chiavi tra gli oggetti smarriti in caso qualcuno le reclamasse. Appena la signora in segreteria vede il mazzo di chiavi nelle mani della ragazza non la fa neanche finire di parlare che con foga glielo strappa e la congeda rapidamente. Susanna, incredula, vuole sapere perché la segretaria sembrava così preoccupata e quindi coinvolge una sua collega per scoprire cosa significa quel mazzo di chiavi. Le due ragazze osservano ogni movimento della signora in segreteria, ma non essendo agenti segreti si fanno scoprire immediatamente e si beccano pure qualche offesa. Le studentesse si mettono su di una panca in cortile e mentre bevono del caffè notano per caso da lontano che un professore chiede qualcosa in segreteria, la signora porge a lui il famoso mazzo di chiavi. I due si allontanano insieme per il corridoio allegramente perciò le ragazze facendo attenzione li seguono a debita distanza. Susanna e la sua compare arrivano alla porta, che quelle chiavi aprivano, cosa avrebbero trovato dall’altra parte? Di certo sentendo le risate dei due si erano fatte un’idea. Le studentesse si decidono ad aprire la porta e trovano il professore con la segretaria, seduti ad un tavolo che stavano mangiando una fetta di torta e sorseggiavano del tè. Non era proprio quello che si immaginavano Susanna e la sua amica.


I giorni dell’abbandono (di Francesca Confalonieri)

Ho sempre il vizio di camminare con il naso all’insù, mi piace guardarmi attorno: le facce storte delle persone che incontro, le finestre socchiuse dei palazzi, le forme delle nuvole. Poi – scrick – quasi inciampo, lanciando a metri di distanza un oggetto dal rumore metallico. Con un passo un po’ sgangherato mi avvicino e raccolgo quello che pare essere un vecchio mazzo di chiavi. Lo raccolgo e penso a quanto sia buffo perdere le chiavi di casa, d’altronde è un po’ come perdere la testa.

Raccogliendole da terra provo quasi un senso di tristezza per quel piccolo groviglio di metallo abbandonato, chiavi di casa, forse di un piccolo appartamento di periferia dalle tapparelle malandate oppure chissà, di una casa padronale in centro città. Forse appartenenti a un’anziana signora di fretta per la spesa al mercato, o magari, di una liceale distratta dai primi batticuori. Tuttavia dovremmo abituarci all’idea che prima o poi non saremo più tanto diversi da questo mazzo di chiavi. Ci perderemo, forse per distrazione, forse per scelta, ma qualcuno, prima o poi, ci troverà e raccoglierà.


di Ludovica Sarais

Per la rubrica, mai una gioia. Lunedì sono uscita da casa perché fuori dal cancello mi stava aspettando il ragazzo con cui sto uscendo da due settimane. Ma credo che oggi sarà l’ultima volta. Dopo essere uscita di casa mi sono accorta di non essermi lavata i denti, così sono tornata indietro, ma una volta davanti alla porta mi sono accorta di un’altra cosa: il mio mazzo di chiavi era rimasto dentro casa.

È finita che mi sono dovuta inventare un’emergenza intestinale e chiamare i pompieri per poter rientrare in casa. W il lunedì.


Galeotto fu…un mazzo di chiavi! (di Eleonora Vologni)

Domani mi sposo e, se penso al modo in cui ho conosciuto il mio futuro marito, sono sempre più convinta che le cose migliori accadano veramente per caso e senza una spiegazione logica.
Tutto ha avuto inizio un giorno di fine settembre di dieci anni fa, lo ricordo ancora come se fosse ieri.
Stavo andando in università a consegnare la mia tesi di laurea triennale al mio relatore ed ero molto di fretta perché in strada avevo trovato parecchio traffico. Non sono mai stata una persona puntualissima ma, in casi importanti come quello, mi ero organizzata in modo da arrivare addirittura con un quarto d’ora di anticipo.
Ovviamente il destino non aveva voluto collaborare e perciò, dopo essere rimasta bloccata nel traffico per quindici minuti, avevo dovuto percorrere in corsa tutto il tragitto dal parcheggio alla sede della mia università, arrivando dal mio relatore giusto in tempo per l’orario concordato.
Dopo aver parlato con lui e aver ricevuto tanti preziosi consigli da utilizzare il giorno della discussione della tesi, decisi che avrei concluso la mattinata con una brioche e una tazza di caffè, come a volermi premiare per aver raggiunto finalmente quel risultato tanto desiderato.
Al termine della mia colazione tornai nel parcheggio, entrai in macchina, sistemai lo zainetto nel sedile del passeggero e mi apprestai a partire.
Volsi nuovamente lo sguardo verso lo zainetto: la tasca esterna era aperta.
Inserii la chiave nel quadro dell’automobile, le feci compiere un mezzo giro…LA TASCA ESTERNA DELLO ZAINETTO ERA APERTA.
Panico.
Controllai immediatamente di avere ancora tutti i miei averi ma mi accorsi che mancavano le chiavi.
Il panico aumentò.
Qualcuno doveva avermi sicuramente aperto la tasca e rubato il mazzo di chiavi al suo interno!

Però, ripensando velocemente al tratto di strada percorso e alle persone incontrate nel tragitto, l’idea del furto svanì subito dalla mia mente.
Non poteva essere successo nulla di tutto ciò, l’unica ipotesi valida era che quella mattina mi fossi dimenticata di chiudere la cerniera della tasca esterna del mio zainetto, complici la fretta e la mia sbadataggine cronica.
Come avrei potuto fare?
La prima cosa a cui avevo pensato era ripercorrere nuovamente la strada che dal parcheggio mi aveva condotta in università poche ore prima e controllare che le chiavi non fossero ancora abbandonate al suolo.
Mi ricordo di aver ispezionato ogni singola buca o crepa nella strada, di aver rovistato dentro ai cespugli e persino tra i fili d’erba sperando di trovare le chiavi smarrite.
Ero entrata in tutti i bar e negozi presenti, chiedendo se qualcuno avesse per caso portato un mazzo di chiavi, descrivendolo in ogni suo minimo particolare. Avevo domandato anche alla segreteria dell’università e al barista che mi aveva servito poco prima la colazione.
Nessuno sapeva nulla.
Ero disperata, non mi avanzava altra scelta che andare a denunciare lo smarrimento in questura, pensando già a quanto si sarebbero arrabbiati i miei genitori e di come mi avrebbero ripetuto per l’ennesima volta di essere troppo sbadata e irresponsabile.
La cosa che però mi rattristava più di tutte era il fatto di dover pagare caro questo errore, andando ad esaurire tutti i miei risparmi per far cambiare le serrature e far realizzare delle chiavi nuove per tutti i membri della mia famiglia e per le altre persone che abitavano nel nostro condominio.
Assorta in questi pensieri avevo raggiunto la questura e l’unica persona presente allo sportello era un ragazzo, probabilmente un mio coetaneo.
Chissà se anche lui aveva smarrito qualcosa…mi avrebbe certamente fatta sentire meno in colpa. Fortunatamente il ragazzo aveva già terminato la sua denuncia, permettendomi di recarmi direttamente allo sportello, senza dover aspettare in preda allo sconforto.
“Buongiorno agente, mi chiamo Annalisa Ferrari e sono qui per denunciare lo smarrimento di un mazzo di chiavi” dissi con aria rassegnata.
L’agente, una signora di mezza età, dopo avermi guardata prese un mazzo di chiavi e mi rispose: “sono per caso queste?”.
Nel sentire quelle parole penso di aver completamente cambiato espressione perché l’agente, dopo avermi porto il mazzo di chiavi, aggiunse: “signorina corra subito a ringraziare il ragazzo che l’ha preceduta”.
Senza farmelo ripetere una seconda volta, ringraziai l’agente e uscii correndo (che giornata frenetica era stata!!!). Dopo essermi guardata intorno, avevo riconosciuto senza fatica il ragazzo che mi aveva preceduta in questura e lo raggiunsi.
“Scusami…” dissi abbastanza trafelata.
Il ragazzo si voltò e io ripresi a parlare: “volevo ringraziarti per aver riportato il mio mazzo di chiavi in questura. Mi hai davvero salvata da una catastrofe imminente”.
Dopo avermi guardata, mi rispose un po’ sorpreso e divertito: “posso capirti, ormai gli agenti in questura conoscono il mio nome e appena mi vedono entrare cercano di indovinare quale oggetto possa aver smarrito.”
Scoppiammo a ridere entrambi e subito dopo mi chiese se fossi una studentessa universitaria. Gli raccontai della mia tesi e di come quella giornata fosse stata davvero ricca di eventi e, senza nemmeno accorgercene, ci ritrovammo a chiacchierare come se fossimo stati amici da una vita. “Posso invitarti a prendere un caffè?” mi chiese dopo poco.
“Volentieri”.
Quella sera probabilmente non avrei chiuso occhio dopo due caffè bevuti nel giro di poche ore ma, non so perché, sentivo che quel secondo caffè sarebbe stato l’inizio di qualcosa di positivo.
Dieci anni dopo, a poche ore dal mio matrimonio con il ragazzo che aveva ritrovato il mio mazzo di chiavi, sono dell’idea che la vita a volte sia davvero un film, un bellissimo film.



Gli anonimi

Storielle di vita universitaria

Giornata freddissima, un febbraio di sessione invernale. Sveglia all’alba, Parma chiama e l’esame di latino chiama ancora più forte. Daje ne manca uno e la laurea è vicina. Il quarto libro dell’Eneide me lo ricordo, gli altri tre pure: at regina gravi iamdudum saucia cura… la metrica è in testa mentre il treno corre verso Parma e si mischia alla musica negli auricolari per alleviare la tensione. Inutile specificare che molte cose le sapevo, ma altre no e d’altronde un quaero per sapere e un petere per ottenere possono sconvolgere i piani di laurea. Con l’animo pronto per riaffrontare latino nella prossima sessione cammino verso la stazione per tornare a casa. Arrivo al cancello, frugo nello zaino e non trovo. Cerco meglio… mannaggia non ho le chiavi. Suono. Ovviamente non c’è nessuno.
Il giorno dopo un amico che frequenta un altro corso nella stessa università ed era al corrente della mia sconfitta e della sfiga delle chiavi mi manda una foto: un professore mostrava le mie chiavi dicendo di inventare una storia a partire da lì.

Fine


Inventato un nuovo modello di portachiavi localizzabile via GPS – niente più mazzi di chiavi introvabili

Ci siamo tutti trovati in questa situazione. Dover correre alla porta, uscire per prendere l’autobus e andare a lavoro, e non riuscire a trovare le proprie chiavi. Della casa, della macchina, della rimessa e dell’ufficio, alla fine la situazione è sempre quella.
La situazione è finalmente, e letteralmente, a portata di mano. Con un Kickstarter di trecento dollari arriva sul mercato KEYCHIME, il portachiavi localizzabile.
Sviluppato dalla programmatrice di elettronica Alberta Johnson con il sostegno di donazioni di tutto il mondo, l’oggetto è ergonomico e di plastica leggera, provvisto di un solido anello d’acciaio inossidabile per attaccarlo a tutti i mazzi di chiavi. Il suo uso è spiegato dalla Johnson stessa, nel video introduttivo presente sul suo canale YouTube. Attraverso il codice QR presente sul retro di KEYCHIME, sarà possibile collegare il portachiavi fino a due dispositivi differenti, tra iPhone, iPad, Smartphone e tablet. Ancora non disponibili gli smartwatch, ma “ci penseremo”.
Nel caso, dunque, non si riuscisse più a trovare il proprio mazzo di chiavi, sarebbe possibile localizzarne la posizione a partire dalla mappa presente nell’apposita (e gratuita) app. Inoltre è possibile localizzare KEYCHIME tramite input sonoro: cliccando un tasto, KEYCHIME emetterà infatti una suoneria a scelta.
“Sono piccole cose”, dichiara la dottoressa, “ma possono fare tanto. Quando ero bambina dimenticavo sempre le chiavi di casa, ne avrò fatte cambiare a centinaia da mia madre. La tecnologia permette di superare senza fatica questi piccoli problemi.”
KEYCHIME è disponibile in cinque forme diverse, e sette colori a scelta.


L’importanza dei piccoli gesti

Ultim’ora: anziana signora smarrisce mazzo di chiavi e rimane fuori casa, giovane 18enne giunge in suo soccorso.
È accaduto quest’oggi in provincia di Roma. Un’anziana signora di 83 anni, rimasta vedova da qualche anno e senza figli, vive da sola in una storica palazzina nel centro della città eterna. Tornata a casa, dopo la consueta passeggiata mattutina al mercato di quartiere, si accorge di non avere con sé le chiavi per aprire il portone. Convinta di averle prese prima di uscire, immagina di averle perse durante il tragitto. Stanca per la camminata e sconsolata, si accascia davanti al portone di casa, circondata da buste di frutta e verdura. Un giovane 18enne di passaggio si ferma e soccorre l’anziana signora, offrendosi di ripercorrere per lei il tragitto designato, nel tentativo di trovare il mazzo di chiavi smarrito. La ricerca va a buon fine, il giovane ritrova il mazzo smarrito permettendo all’anziana il rientro al proprio domicilio. Quella che sarebbe stata una situazione difficile, si è trasformata in un’azione altruistica. Il tempestivo intervento di un giovane si è rivelato cruciale per un’anziana signora in difficoltà. Questa vicenda ci ricorda come a volte un semplice gesto che compiamo, può rivelarsi di fondamentale aiuto per qualcun altro.


Solo chia(v)mate urgenti

Ho dimenticato il mazzo di chiavi nella macchina della mia ragazza. La chiamo subito, anzi no, meglio aspettare domani, non ha senso svegliarla se i miei genitori sono in casa. Citofono, non risponde nessuno. Allora è destino: devo chiamarla. Non risponde, sono già 10 chiamate perse, fuori ci sono 10 gradi e sono vicino all’ipotermia. Non abita molto lontano, penso che raggiungerò casa sua a piedi, ne gioverà sicuramente anche la mia circolazione sanguigna. Arrivo sotto casa sua, vedo la luce della macchina accesa. Sicuramente avrà giocato d’anticipo, avrà ricollegato tutto: telepatia. Mi avvicino sempre di più, capisco che non è scesa per le chiavi. Ok, ora è chiaro, oltre alle mie chiavi in macchina c’è un altro uomo. In un momento di lucida follia, apro bruscamente la portiera anteriore e con voce vemente esclamo: “adesso oltre alle chiavi ed alle corna, mi date anche un passaggio a casa.”


La chiavata persa

Da lungo tempo attendevo la di lei chiamata, che quando arrivò, l’impeto fu tale
che nella fretta persi di casa la chiave. Disperato cercai invano sul comodino, nella giacca, in giardino…
Niente da fare, la chiave non si trova! E per un mazzetto di ferro e ghisa
Persi l’occasione di una chiavata decisa.


La chiave di volta

Ci sono momenti in cui credi di averla persa, altri in cui credi che non la troverai mai.
Devi cercarla ogni giorno, negli incontri e nelle scelte, potresti non trovarla più, ma il solo pensiero di perderla per sempre ti spinge a non smettere di cercarla. La chiave di volta, in fondo, è sempre lì, dove l’hai lasciata tu, ma ti servono nuovi occhi per riuscire a trovarla, per quella maschera che il mondo ti ha insegnato ad indossare.


Il mazzo di chiavi

Quante storie che abbiano come argomento un semplice mazzo di chiavi sono state scritte fino ad oggi? Sinceramente non saprei, probabilmente tantissime o solo qualcuna. Nate magari per caso e senza un progetto preciso. Dove chi l’ha scritta non sapeva cosa stesse scrivendo e il perché lo stesse facendo. E chi la leggeva non capiva quale fosse il succo del racconto o dove l’autore volesse arrivare a parare.
Però l’autore continuava a scrivere e il lettore a leggere. Senza sosta e senza pause. Perché a volte per attirare l’attenzione non è necessario scrivere storie complesse e articolate. Basta scrivere poche e semplici frasi. Preferibilmente spezzettate e discontinue. Ma unite da un sottile filo logico. Filo che al termine del suo ciclo si ricongiunge con ciò da cui è iniziato. Come un anello. Come l’anello che tiene unite tutte le chiavi di un mazzo. Proprio le chiavi di quel mazzo di cui si parlava all’inizio della storia. Proprio le chiavi di quel mazzo che hanno permesso allo scrittore di scrivere la sua storia e al lettore di leggerla.


Le porte

Nell’inconscio si nascondono
Voragini assillanti.
Nel buio dei pensieri
Ci si trova a ricercare
Risposte invisibili
A domande persistenti.

La ricerca è infinita.
Mutante.
Insistente. Spesso
Mi arrendo
Consapevole che la verità
È dietro a delle porte
Le cui serrature
Hanno bisogno
Di chiavi immaginarie.

Improvviso lampo.
Lo sguardo,
Disincantato,
Si posa
Su un groviglio di chiavi.
Splendono alla luce.
E come una gazza
Le desidero.

Cercavo le chiavi
Per aprire quelle porte
Ed ecco che
Un evento sincronico
Me le ha donate.
Come lo scarabeo dorato
Di Jung
Pensavo di aver trovato
Le risposte.

Nessuna di quelle chiavi,
Mio malgrado,
Apriva
Le mie porte.

Ho sempre aperto

Sempre e solo
Le porte degli altri


È stato ritrovato un mazzo di chiavi; difficile sapere di chi possa essere. Le chiavi vengono utilizzate da ognuno di noi, tutti i giorni per aprire porte, cancelli. Oltre alla loro utilità quotidiana, hanno anche un valore simbolico in modi di dire.
Chi ha le chiavi in mano è spesso raffigurato come ol leader di una qualche situazione. Dal businessman allo sportivo, è il depositario delle maggiori responsabilità: viene lodato in tempi buoni e criticato quando il vento cambia.
Le chiavi che sono state trovate per terra, sono scivolate dalle tasche di una persona qualunque o sono la prova che un leader ha perso autorità?


La scomparsa delle chiavi della Casa Bianca

Le notizie che arrivano da Washington hanno dell’incredibile; Donald Trump avrebbe nascosto l’unico mazzo di chiavi esistente nel giardino della Casa Bianca, così da impedirne l’accesso al neoeletto Joe Biden.
Nelle ultime ore sembra che membri del comitato di Biden si siano messi alla ricerca delle suddette chiavi.


Erano le 19.10 di lunedì 9 novembre, avevo appena finito l’ultima lezione del giorno e mi stavo avviando affamata verso casa. Mentre stavo attraversando il patio dell’università ho notato a terra un mazzo di chiavi, ho cercato il proprietario in giro, ma ero sola. Ho deciso quindi di portarle con me a casa e di cercare il proprietario l’indomani mattina, “Sono sicuramente di qualche studente” ho pensato. Arrivata a casa mi sono dimenticata di quelle chiavi, la mia serata è proseguita tranquillamente, come un normale lunedì sera autunnale. Ero ignara di cosa stava succedendo all’università proprio mentre io stavo bevendo una camomilla davanti ad una serie tv, l’avrei scoperto l’indomani mattina. Alle 9 mi sono presentata puntuale a lezione, come sempre, il bidello ha preso la mia presenza, aveva una faccia terribile, le occhiaie gli segnavano il volto palesemente frustrato. Quasi mi stavo dimenticando, ma prima di entrare in aula gli ho detto “ah, ieri sera ho trovato questo mazzo di chiavi, non so di chi sia, ho cercato il proprietario ma non l’ho trovato.
Magari le lascio a lei”. La sua espressione è cambiata, all’improvviso ha tirato un grandissimo sospiro di sollievo e mi ha sorriso, strano, non sorride quasi mai. Mi ha confessato di aver perso ieri quelle chiavi, proprio per quello non aveva potuto chiudere nessuna aula, era disperato. Per paura che entrasse qualche malintenzionato aveva passato la notte in università per sorvegliare, senza nemmeno dirlo al suo superiore perché sarebbe sicuramente stato licenziato, di quelle chiavi non esisteva nessuna copia, sarebbe stato un disastro. Ora finalmente poteva stare tranquillo, tutto era andato per il meglio. Mi ha ringraziata, sollevato, ed è tornato alla sua scrivania sorridendo.
Impressionante come da un mazzo di chiavi possa dipendere l’umore e il lavoro di qualcuno, ho pensato tra me e me.


Ci sono cose destinate a cambiare, e ci sono cose che non cambieranno mai. Le chiavi lasciate sul tavolo dal signor Rossi sono sicuramente fra le seconde. Ma forse è l’intero Signor Rossi destinato a non cambiare mai. Arriva sempre alle 12:45. Porta sempre l’abito beige e, di contrasto, indossa sempre le scarpe nere. E la camicia? È rigorosamente bianca, ma solo fin dopo il pranzo, perché un giorno in cui non cada una macchia di ragù su quella camicia perfettamente stirata, non esiste. Ogni giorno ordina le tagliatelle al ragù, ogni giorno mi dice che gli ricordano quelle della madre, ogni giorno “mi raccomando al dente”, ogni giorno mezzo litro d’acqua frizzante e un bicchiere di vino rosso “che fa buon sangue.” È senz’altro gentile, ma brutalmente solitario, non ama scherzare, parlare o socializzare. È banale e ordinario, forse per questo nessuno lo considera. Non ha certo grandi doti per essere ricordato, tanto meno si nota il suo charme in generale, ma quella macchiolina di sugo la ricordano sempre tutti, e quando si parla di lui, si nomina solo quella, deridendolo, ovviamente. Paga il conto e se ne va. E dopo poco: il respiro è affannato dalla corsa, la velocità non la conosce, la memoria non è il suo forte, e quel sapore di caffè ancora sulla lingua, bevuto alla fine di un pasto veloce, con una macchia sulla bianca camicia mi dice: “Mi perdoni Signorina, anche oggi ho dimenticato le chiavi!”


AAA perse🔑 🗝 in parco Sempione!!!

È domenica e Giulia passeggia tranquilla in Parco Sempione con Milù, la sua piccola shitzu. Sta per sedersi su una panchina e leggere qualche pagina del suo libro quando sente un tintinnio. Guarda Milù e nota che sta giocando con un mazzo di chiavi. Un po’ perplessa si avvicina al suo cagnolino, prende le chiavi e chiede ai passanti lì intorno se siano le loro. Non trovando il proprietario se le mette in tasca e si dirige verso la questura più vicina, tuttavia nel cammino le suona il cellulare. È Martina, la sua migliore amica, che in lacrime le dice che ha assolutamente bisogno di vederla, così Giulia, dimenticandosi di ciò che stava facendo, corre verso casa dell’amica. Passano alcuni giorni e scorrendo casualmente le notizie della home di Facebook le salta agli occhi un post condiviso sul
gruppo del quartiere, che inizia così: “AAA PERSE ‘,” ‘° IN PARCO SEMPIONE!!!”… Giulia sobbalza e corre all’appendiabiti, fruga nelle tasche del cappotto e ritrova quel mazzo di chiavi che le era completamente passato di mente. Riprende in mano il cellulare, scrive un messaggio sotto al post e di lì a poco ne nasce una vera e propria conversazione. Le chiavi appartengono a Marco, un biondone palestrato di 1.90 m… che fortuna! Giulia non vede l’ora di incontrarlo. Si danno appuntamento l’indomani, dato che sono già le 18:00 e il ragazzo dagli occhi color cielo non può
mica rinunciare alla palestra! Il giorno dopo si incontrano in un bar e tra i due💥 sembra proprio sia un colpo di⚡️… chi l’avrebbe mai detto da un semplice mazzo di chiavi…


A ladro! o forse no?

Erano le quattro di mattina di una semplice notte d’estate, quando dopo una serata in compagnia di amici mi concedo e reco verso la mia dimora.
Una volta arrivata a casa, mi accingo a salire le scale del mio condominio per giungere al terzo piano, dove appunto abito.
Non si sa come, o perché, forse per l’ora, la stanchezza o il fatto che stessi utilizzando il cellulare, non giungo al terzo piano ma mi fermo al pianerottolo del mio condomino ottantenne che vive con sua moglie, in mia difesa posso dire che le porte del mio condominio sono tutte identiche.
Una volta arrivata di fronte la loro porta, convinta che fosse quella di casa mia, prendo il mazzo di chiavi dalla borsa e cerco ripetutamente e in maniera insistente di aprire la porta, la chiave entrava nella serratura ma non girava, allora non contenta e anche arrabbiata perché convinta che mia sorella avesse lasciato la chiave inserita all’interno iniziò a bussare in maniera imperterrita e sempre più forte con lo scopo e obiettivo di svegliare mia sorella.
Tutto questo dura per circa 10 minuti abbandonati, e il sentire il bisbiglio e dei bassi dietro la porta non faceva che aumentare i miei tentativi di aprirla. Fino a quando, da sotto la porta mi passano un foglio con scritto “siamo a casa, se continui chiamiamo la polizia”. Avete presente quando in pochi secondi si prende consapevolezza della cavolata che si sta facendo? Ecco, io ero così, pietrificata dall’imbarazzo, volevo correre su in casa, la mia, ma ho aspettato che aprissero la porta.


Il ritorno in grande stile delle chiavi

Tessere, password, OTP, NFC, serrature smart… dall’anno 2039, la tecnologia ha rivoluzionato le nostre vite quando si tratta di custodire le nostre quattro mura… ma anche qui sta per nascere un sentimento di nostalgia. È successo col ritorno in pompa magna del vinile, ora tocca alle leggendarie chiavi.
Che siano di ferro, metallo, bronzo, ottone, rame, alluminio, plastica, che aprano una porta, un portone, uno sportello, una porticina di una casa, di una macchina, di una cassaforte o così via, le chiavi hanno da sempre un posto nell’immaginario collettivo.
Un’importante azienda americana di serrature smart ha appena annunciato il ritorno in pompa magna della serratura tradizionale a chiave in stile 1990. La produzione sarà per un primo periodo a tiratura limitata e, se il riscontro sarà positivo, il prodotto sarà inserito nel catalogo permanente.
Il passato non è mai stato così affascinante.


Devi aprire quella porta

Le ha appoggiate qui, sulla mia mano, dicendo “Congratulazioni signorina, la casa è finita. Ecco le sue chiavi”, e io ancora non sono riuscita a distogliere lo sguardo da questo palmo. Non riesco ad aprire la porta, non mi muovo. Sono a un passo da una vita nuova, da un nuovo inizio, ma mi tremano le gambe. Eppure le avevo desiderate così tanto queste chiavi. Quanti sacrifici mi erano costati. Avevo iniziato a mettere da parte i soldi fin da quando ero bambina, quando i parenti mi davano la “mancetta” per le feste o i compleanni. E poi via, subito a lavorare appena compiuti diciotto anni! Non importava che lavoro fosse, non contava rinunciare a un po’ di vita sociale, avevo un piano: andare a vivere da sola in una casetta indipendente. Avevo letto che “l’infelicità inizia col dipendere” e io non avevo alcuna intenzione di essere infelice. Libertà ed emancipazione. Quello mi interessava, quello mi interessa. Ma allora, adesso che sono qui, cosa mi fa dubitare?
Perché continuo a fissare la mia mano? Adesso basta Chiara, fai un passo. Dietro la porta c’è un nuovo inizio. Un respiro e… infilo le chiavi nella serratura. Ho fatto bene, è tutto come mi aspettavo. Nuove chiavi, nuovo sogno.


Per colpa di quel mazzo di chiavi

Maria ha 47 anni, vive nella sua casa di campagna in compagnia dell’anziana madre e lavora come commessa in un supermercato. Le sue giornate sono monotone, sempre identiche, e lei apatica: sono anni che ha dimenticato cosa sia un’emozione, cosa significhi essere felice, cosa comporti avere delle aspettative. Ha anche pensato di chiedere aiuto ad uno psicologo, ma la sua situazione economica è precaria e poi non ha voglia di confidarsi con un estraneo pronto a giudicare.
Un giorno al supermercato, mentre era intenta a riordinare uno scaffale, sente la voce di un uomo e, istintivamente, le spunta un sorriso. Lo riconosce subito: quell’uomo è Matteo, il suo unico amore, incontrato all’ultimo anno di liceo sull’autobus. Lo stesso Matteo che l’aveva lasciata al momento della partenza per l’università, facendola sprofondare nella depressione. Ma ora era tornato e la sola idea di poterlo rivedere le faceva provare quelle emozioni che credeva dimenticate.
Uno sguardo, una parola, un caffè, una cena. Ma per Matteo Maria è solo un’amica. Glielo dice in un sms inviato di fretta mentre corre a prendere i mezzi per andare a lavoro: “Mi dispiace, non posso fermarmi a dormire da te. Ti ricordo che ho una moglie che mi aspetta a casa stasera!!!”. A Maria manca la terra sotto i piedi e immediatamente si fa largo in lei la voglia di mettere fine a questa storia: Matteo è il suo uomo; il destino glielo ha dimostrato facendoli rincontrare in un modo così casuale da farla convincere di dovere stare insieme a lui per tutta la vita.
Mette i primi vestiti che trova, prende un cappello, dei guanti, una sciarpa, poi passa in cucina e nell’ultimo cassetto trova un coltello: “Questo è perfetto.”, pensa mentre lo mette nella borsa. Esce di corsa, oggi non c’è neanche traffico: pochi minuti ed è sotto casa di Matteo. Sale le due rampe di scale, fa un respiro e suona alla porta. Una, due, tre volte, ma nessuno risponde, eppure Alessia deve per forza essere in casa. E poi il lampo di genio: alza lo zerbino, ma non c’è niente, fruga tra le foglie della pianta messa di fianco al portone e le trova: ecco le chiavi di casa. Senza riflettere entra, infilando le chiavi nella tasca della giacca. Alessia è di spalle, non la sente entrare perché la radio ha un volume troppo alto; Maria tira fuori il coltello dalla borsa e la pugnala alle spalle 21 volte. Poi scappa, lasciando la povera donna a terra, in una pozza di sangue.

Quando Matteo torna a casa chiama subito la polizia, capendo immediatamente l’identità dell’autrice del gesto. Maria prova a negare, ma il mazzo di chiavi di casa di Alessia, rimasto nella sua tasca, la incastra, costringendola a passare il resto della vita in prigione.